L’ARTE DEL MESTIERE - I
Posted by Mariana Scaravilli on Sep 3, 2017

 

I

 

La pratica è un percorso che unisce il mondo delle qualità e il mondo delle esistenze, che fonde il mondo del silenzio e il mondo del suono. In questo senso, la pratica è una via di trasformazione.

La pratica è anche quello che facciamo, come lo facciamo, e perché lo facciamo. In effetti quello che facciamo è inseparabile dal come e perché lo facciamo. Per cui, la trasformazione del suono è inseparabile dalla trasformazione del sé, è un perfezionamento di ciò che siamo. Per esempio, stando in silenzio attiriamo il silenzio. La pratica di un mestiere è il modo, praticare è il mezzo. La pratica è anche squallida, noiosa, restrittiva e costrittiva, una seccatura da evitare. Praticare significa esercizi, e gli esercizi sono fatica; la musica è reale, quindi suoniamo. Perché esercitarsi?

In genere, la pratica inizia con esercizi, e in effetti gli esercizi non sono una cosa reale. Un esercizio è una situazione simulata della vita reale che ci prepara in anticipo alla cosa reale. Questo ci dà una maggiore capacità di cogliere un’occasione sul momento, o una migliore capacità di capire come la abbiamo persa. Quindi gli esercizi hanno a che fare con la preparazione e lo stesso vale, almeno in parte, anche per la pratica.

Una domanda ragionevole sarebbe: quale occasione? Un’altra potrebbe essere: cosa è la pratica?

Il praticare è un’attività ordinata volta al servizio di uno scopo. Ci chiediamo:

  1. Cosa pratichiamo?
  2. Perché la pratichiamo?
  3. Come la pratichiamo?
  4. Quale è la condizione attuale da cui partiamo per iniziare la pratica?

Praticare è un modo di trasformare la qualità del nostro modo di funzionare. Passiamo dal fare sforzi inutili - l’esercizio della forza -, a fare gli sforzi necessari - in direzione della assenza di sforzo. La massima fondamentale in questo caso è: onora la necessità. Facciamo ciò che dobbiamo fare, ma niente di più. Ciò che è necessario è spesso meno di quello che vorremmo fare. Fare quello che abbiamo voglia di fare ci porta via molto tempo e energia. Perciò dobbiamo fare attenzione nel definire il nostro scopo. Quando, per fare esercizi, rinunciamo a suonare i nostri fraseggi, scambiamo tutta una serie di libertà minori per una libertà più grande. Quando siamo giovani ci facciamo influenzare molto da queste libertà minori, ma crescendo scopriamo che queste libertà sono più un limite che una liberazione.

Quando esaminiamo il nostro funzionamento come musicisti, quello che facciamo per essere musicisti, scopriamo di dover prendere in considerazione ben più del solo funzionamento delle mani. Il musicista lavora con tre strumenti: le mani, la testa e il cuore, e ognuno ha la sua disciplina. Così il musicista ha tre discipline: delle mani, della testa e del cuore. Fondamentalmente, queste sono una sola disciplina: la disciplina.

Un’altra domanda ragionevole è: cos’è la disciplina? Innanzitutto, la disciplina è la capacità di prendere un impegno nel tempo. Se siamo capaci di prenderci un impegno nel tempo, di garantire che onoreremo questo impegno senza badare alla convenienza, alla comodità, alla situazione e all’ inclinazione del momento, siamo sulla strada per diventare efficaci: uno strumento allenato, sensibile e affidabile al servizio della musica. Un pubblico attento, di fronte a un musicista di questo calibro non sarà in grado di stabilire se il musicista stia suonando la musica, o se la musica stia suonando il musicista.

Di cosa si occupa quindi la pratica :

  1. Della natura del nostro funzionamento: cioè, delle mani, della testa e del cuore.
  1. Della coordinazione del nostro funzionamento: cioè delle mani con la testa, delle mani con il cuore, del cuore con la testa, e, nell’accezione perfetta, di tutte e tre insieme in una rara, improbabile, ma possibile armonia.
  1. Della qualità del nostro funzionamento. Ad esempio, quando non siamo in grado di dire se il musicista disciplinato suona o è suonato dalla musica, allora il musicista agisce in modo creativo. Quando il musicista si gingilla con un mucchio di fraseggi preconfezionati, allora il musicista agisce più come un babbeo che come un musicista. Il musicista che adatta i suoi fraseggi alla necessità della situazione, restando in contatto con quella necessità, è vigile. Il musicista, che è capace di uscire dal fraseggio mantenendo il contatto con la necessità della situazione, ed è capace di essere musicalmente reattivo a dispetto delle costrizioni, ha già raggiunto un certo grado di disciplina.

Il musicista babbeo è una seccatura. Probabilmente lui stesso si annoia.
Il musicista di mestiere è vigile.
Il musicista maestro è disciplinato.
Il musicista creativo è tutt’uno con la musica.

L’apprendista pratica il mestiere del mestiere.
L’artigiano pratica l’arte del mestiere.
Il maestro pratica il mestiere dell’arte.
Il genio è puro.

 

L’Arte Del Mestiere - II

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