L’ARTE DEL MESTIERE - II
Posted by Mariana Scaravilli on Sep 3, 2017

 

II

  

Sebbene nel corso della vita ci capiti comunque di trovarci in situazioni che richiedono diversi tipi di funzionamento, l’applicazione della pratica implica che noi moltiplichiamo queste situazioni creandole volutamente. Il funzionamento è governato dalla qualità della attenzione, e ci sono tre tipi di attenzione:

  1. Nessuna attenzione.
  2. Attenzione impegnata, o attratta.
  3. Attenzione diretta, volitiva, volontaria.

Quando non ho attenzione, non sono nulla, in nessun posto. Quando la mia attenzione è impegnata, comincio a notare. Poi, accorgendomi che sto notando, riconosco che la mia attenzione è impegnata. Il chitarrista che pratica potrebbe notare che il mignolo della mano sinistra ondeggia in modo allarmante, arriva perfino a puntare verso il cielo, nell’esecuzione di un semplice esercizio. Questo essere potente ed esperto, il chitarrista, non ha controllo su un piccolo dito. Questa è una cattiva notizia. La buona notizia è, l’ho notato. Quando divento consapevole delle mie mani, comincio ad esistere in quanto essere umano. Dopo tutto, questo è l’animale che abito. Presto, spesso molto presto, dimenticherò di avere le mani e il mio mignolo continuerà a inseguire rotte celesti. Ma prima o poi, lo noterò nuovamente.

Quando mi accade di notarlo di nuovo, ho una possibilità. Se porto la mia attenzione, con un atto consapevole, alle mie mani, stabilisco un contatto con il mio corpo. E divento consapevole della condizione del mio corpo. La disciplina delle mani diventa, come estensione, la disciplina di tutto il corpo. Posso notare che le mie mani oggi sono intorpidite, e ricordare che la notte scorsa in questo corpo è stata versata una grossa quantità di alcool, o che sono stato fino a tardi a guardare gli ultimi successi su MTV. Forse le mie mani tremano un po’, un risultato dei nove cappuccini e dei pasticcini che ho appena pompato in questo corpo gonfio. Se prendo a cuore sul serio la condizione delle mie mani, forse prenderò seriamente – ma non solennemente – anche la condizione del mio corpo. Imparerò di cosa ha bisogno il mio corpo per essere uno strumento affidabile e funzionante. Forse posso notare che si alza lentamente dopo aver mangiato enormi quantità di cibo, e che si alza facilmente dopo aver mangiato a sufficienza. Se vedo il mio corpo come uno strumento operativo, vedo anche la mia mente come uno strumento operativo, ma con un diverso campo di operazione.

La mente è la sede del pensiero. Cosa noto nella sede del mio pensiero? In questo organo grigio, tre libbre di peso, alimentato da glucosio e con una uscita da 25 watt, cosa succede? Forse, una cacofonia di voci in contrasto. Se il mio mignolo non vuole saperne di accettare direttive, che possibilità di chiarezza c’è in mezzo a questo baccano? Ogni tanto noto una di queste voci. Questa è una buona nuova. La notizia cattiva è: la voce non smette. Forse la posso ascoltare. Se dirigendo la mia attenzione verso la voce la posso ascoltare, forse dirigendo la mia attenzione verso qualcos’altro cesserò di sentirla. La voce continua, ma senza pubblico. Io imparo, attraverso anni di attenzione e ascolto, che le voci non cessano mai: se non urlano, stanno mormorando. Non stanno mai in silenzio. La mia libertà risiede in questo: non ho il dovere di ascoltarle. Questa è una buona nuova. Tuttavia, la mia libertà è governata dalla qualità della mia attenzione. Questa è una cattiva notizia.

Come fa il musicista a educare la mente ad essere uno strumento efficiente e reattivo? La risposta è semplice: con la pratica. Anche la realtà è semplice, è solo molto difficile. Può essere troppo difficile. Da questo possiamo quantificare il nostro impegno verso il nostro scopo. Forse lo scopo è troppo elevato; forse non siamo abbastanza convinti di volerlo raggiungere; forse non abbiamo a disposizione le risorse per realizzarlo; forse la nostra condizione è così lontana dal nostro scopo che sarebbe assurdo pensare di raggiungerlo. Andiamo avanti, persistiamo. Magari la nostra condizione non è così lontana dal nostro scopo. Andiamo avanti, persistiamo. In ogni caso persistiamo. Ricominciamo di nuovo. E ogni volta che notiamo che non stavamo notando, ricominciamo di nuovo, e poi di nuovo.

Se il mignolo è fuori controllo, la mente sfuggente, inaffidabile, ingovernabile e chiassosa, possiamo considerare il cuore come strumento operativo? Cosa si può dire del funzionamento del cuore? Sembrerebbe ragionevole, ed è spesso generalmente accettato, il principio che la qualità più elevata delle funzioni del cuore è amare. Ma possiamo amare qualcuno che non ci piace? Un vero antipatico, magari un membro del mio gruppo, creato e venuto al mondo appositamente per irritarmi? Ho il diritto di evitarlo. Ma come posso evitare qualcuno che fa parte della mia stessa band? È possibile trovare il modo di lavorarci assieme a dispetto della mia antipatia per lui? Potrebbe essere che questo mio collega musicista sia una persona che non potrà mai piacermi. Forse questi individui non piacciono nemmeno a se stessi.

Forse non ho possibilità di scelta nelle mie simpatie e antipatie, ma non devo necessariamente agire con ostilità, e neanche avere pensieri ostili. Detestandolo come faccio, posso agire in modo caritatevole nei confronti della  persona, addirittura mandargli buoni pensieri. Se porto l’attenzione alla regione del mio petto, posso volergli bene. In questo consiste la mia libertà. A lungo andare, potrei scoprire che il mio giudizio su di lui è sorprendentemente cambiato. E allora avrò perso un’occasione: ogni volta che l’antipatico mi irritava  mi veniva ricordato il mio scopo. Come avrei potuto non ricordare il mio scopo, suonando nella stessa stanza di Faccia Antipatica? Era un amico migliore di quanto potessi credere. Posso scoprire che gli amici che mi piacciono sono limitativi proprio quanto quelli che non mi piacciono: sono bloccato dalle aspettative e dalle esigenze di amicizia. Fortunatamente non devo cercare lontano qualcun altro che mi irriti: la loro antipatia è solo un riflesso della mia inutile irritazione verso me stesso.

 

 L’Arte Del Mestiere - III

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